di Antonio Di Lorenzo
Lucca, concerto di Capodanno. Pochi giorni fa. Sul palco un'orchestra serissima: la Strauss Konzert Orchestra di Vienna. Valzer e polke regalano allegria. E il direttore d'orchestra, Andrea Colombini, regala un sogno al pubblico. Estratto a sorte, uno spettatore dirige l'ultimo brano, la celebre Radetzky March. Uno scherzo? No. Spiega il direttore: “Se non si cambiano le regole, se non si annulla la distanza tra podio e pubblico, se non si cancella l'etichetta fine a se stessa, la musica classica muore, diventa una faccenda da vecchi barbagianni”.
Ironici ma professionali. Informali ma tuttavia seri. Dev'essere la stessa idea che ha anche Barack Obama, quando di recente s'è presentato ai giornalisti alla Casa Bianca a parlare di politica internazionale in giacca, sì, ma senza cravatta. E nessuno ha trovato niente da ridire. E sì che la stampa americana non scherza, sferza sul protocollo e il galateo. A cominciare dagli abiti senza maniche della moglie Michelle.
Due segnali, ma ce ne potrebbero essere tanti, di un cambiamento in atto nella società, e non solo in Italia. È una rivoluzione culturale, ma Mao Zedong non c'entra. In altre parole: la serietà, le capacità personali e professionali, la qualità del lavoro non si identifica più con la rigidità e il formalismo.
È una regola che all'estero si sta facendo strada anche nel settore gastronomico. Ma è poco, pochissimo seguita in Italia. Perché i locali, specie di alto livello, fanno fatica a comprendere questa “voglia di liberazione” dalla schiavitù dell'etichetta che si sta diffondendo - a ogni fascia d'età - ed è direttamente proporzionale al desiderio di essere se stessi. Che vuol dire stare bene, a proprio agio. Anche a tavola.
Alfred Tennyson, grande poeta inglese dell'Ottocento, aveva capito tutto quando scriveva questi versi: “Perfettamente imperfetta, gelidamente regolare, splendidamente nulla, / Morta perfezione, nulla di più”. Aveva ragione, perché noi vogliamo vivere. Perché dalla musica alla gastronomia tutto è vita.
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